domenica 7 ottobre 2007

L'oblio di sè

“L'oblio di sé” è l’esperienza meditativa empirica, fondante la “Pratica della via”, non riconducibile alle categorie intellettuali classiche da sempre ancorate all’accezione negativa e determinista del concetto. L'oblio, nel nostro lessico comune, è dimenticanza, buio, sonno della ragione, perdita del controllo, dunque, morte irreversibile dell’identità dell'essere che richiamando il vuoto, l’assenza, la vacuità, rimanda all’angosciosa idea della morte, alla fine irreversibile della vita. “Fine” che si realizza anche nella” Pratica meditativa” poiché pur sempre di morte si tratta. Morte del principio d'identità della mente, del "cogito ergo sum ", in nome di una nuova fiducia di altro, dell’ altrove, che ha a che fare con un " luogo" dove i conflitti dell'io sono privati della loro dirompente forza nella semplicità dell'osservatore che, osservando se stesso, li guarda con il respiro del corpo, e non giudicando, non separando, non esclude la verità “ dell' altro da sé” che, lentamente, si ricompone alla sua natura originaria. Nella perdita, spogliandosi di abiti e concetti mentali antichi, il meditante approda alla sorgente originaria della luce, dell'energia vitale, nella gioia di esserci, nella gioia di respirare. Nient'altro che essere parte del tutto. Semplicemente sedendo in "zazen", in sintonia con l'erba che cresce e con la terra che ci sostiene. E' una rivoluzione della riforma, una guerra senza violenza, combattuta con il ritmo del respiro, per convertire l'inconvertibile, per ricercare una via nella rinuncia stessa della ricerca. E il paradosso letterario disvela l'incomunicabilità verbale dell'esperienza, la necessità di anteporre l'azione al pensiero, il silenzio alla parola, il vuoto al pieno. Anteporre le ragioni reali del corpo a quelle virtuali e menzognere della mente.


Pasquale Del Giudice






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